Francesco Maria De Robertis, il “professore contadino”, principe del diritto romano

Il Museo Civico “F. Rittatore Vonwiller” tratta una panoramica storica molto ampia che include anche l’epoca romana. Sebbene questo settore sia una parte minore rispetto all’esposizione incentrata sulla preistoria e sull’epoca medievale, tuttavia esso riveste grande importanza e le tematiche che sono ad esso connesse meritano di essere approfondite e conosciute. Un tema di grande interesse è legato al mondo del lavoro in età romana e, a questo proposito, sono molti gli studi che sono stati sviluppati. Tuttavia uno studioso, in particolare, ha contribuito in maniera determinante alla conoscenza di questi aspetti.

Si tratta di Francesco Maria De Robertis, definito il “principe del diritto romano”, grande figura di studioso del Novecento. Alla sua scomparsa, avvenuta nel settembre del 2003, di lui, con Aldo Moro e Pasquale Del Prete – tutti e tre, amici e colleghi che per alcuni anni condivisero il lavoro nel loro studio legale – Vincenzo Caputi Jambrenghi scrisse che, insieme, sono da considerare “ veri maestri del diritto, fondatori di studi giuridici, ma, quel che più rileva, veri e propri signori dell’ Università, servitori di intere generazioni di studenti”.

L’Università “Aldo Moro” di Bari

Lo studio legale, tuttavia” – continua  Caputi Jambrenghi – “ebbe vita breve perché Aldo Moro doveva passare alla direzione politica nazionale, Pasquale Del Prete riceveva l’incarico di Commissario straordinario del Comune di Bari, espletato per anni interi, al servizio della città e poi il Rettorato dell’ Università, e Francesco Maria De Robertis intensificava il suo impegno scientifico con la pubblicazione di prestigiosi studi sulla responsabilità in generale in diritto romano e si avviava ad assumere la presidenza della facoltà di Giurisprudenza”.

Francesco Maria De Robertis ha presieduto la facoltà di giurisprudenza per diversi anni e il decennio, durante gli anni Sessanta, in cui ricoprì questo incarico, in cui Pasquale Del Prete fu Rettore dell’Università di Bari e in cui Aldo Moro assunse alte responsabilità di governo, hanno segnato indubbiamente il momento più alto e più impegnativo per lo sviluppo dell’ Università di Bari, al punto che anche la rivoluzione studentesca del 1968 non fu causa né di tumulti nè di disagi in quella università.

De Robertis viene descritto come “un galantuomo di altri tempi, minuto nella persona, con gli occhi sorridenti dietro le spesse lenti di miope lievemente oscurate”. Amava la natura e, al di fuori del suo impegno scientifico ed accademico, si dedicava con piacere alla sua terra, di cui amava parlare anche con i propri studenti.

In una strada della sua campagna di Camerino era solito andare in bicicletta leggendo il Digesto in un leggio installato sul manubrio, finché un giorno, preso dalla lettura, dimenticò la strada e finì in un fosso. Questa caduta privò lo studioso della vista, ma egli sopportò questa terribile menomazione con coraggio e dignità, ma anche con una tale naturalezza che chi non era a conoscenza di tale infermità non se ne rendeva subito conto, forse anche grazie al suo modo positivo e gioioso di vedere la vita, come raccontano coloro che lo hanno conosciuto. In ambito accademico, dicono che fosse “figlio di nessuno” e che, pertanto, affrontò la sua carriera universitaria senza alcuno “sponsor”, contando solo sulle proprie capacità. Lo dimostro in sede di concorso, quando, diventando professore ancora giovane, risultò secondo in un concorso che vide in commissione studiosi come Betti, Biondi, Luzzatto, Scherillo e Guarino, ma la minoranza lo avrebbe voluto addirittura al primo posto. “Manifestò sempre una cultura dai vasti orizzonti e dimostrò di credere nell’ideale di un insegnamento collegato alla ricerca”, secondo la concezione tedesco-prussiana dell’università” (Quadrato 2004, p. 3). Tanti gli studi di De Robertis dedicati all’organizzazione del lavoro e all’organizzazione giuridico-sociale dei lavoratori nel mondo romano, a cominciare da “I rapporti di lavoro nel diritto romano” (1946), poi “Contributi vari alla storia economica e sociale di Roma” (1948) e poi una serie di articoli pubblicati tra il 1958 e il 1962, tra cui “I lavoratori liberi nelle familiae aziendali romane”, “La nozione di lavoro nelle fonti romane” e molti altri ancora. Le sue ricerche confluirono in un volume di oltre quattrocento pagine, “Lavoro e lavoratori nel mondo romano” (Bari 1963), inserito nel 1979 nella prestigiosa collana dei classici sulla storia economica del mondo antico, curata da Moses Finley). A queste ricerche unì, nel corso degli anni, altri temi, come l’efficacia normativa delle costituzioni imperiali, il diritto penale, aspetti di etica, fino all’opera “La variazione della pena in diritto romano” (1954) , che rappresenta un’opera di insieme destinata a racchiudere, in un quadro completo e organico, il suo pensiero e che è considerato il testamento scientifico del De Robertis penalista.  

L’apertura mentale, il non arroccarsi su posizioni raggiunte o precostituite è dunque un dovere dello studioso” (Quadrato 2004, p. 7). De Robertis era convinto dell’utilità di rifarsi all’esperienza romana per impostare e risolvere i problemi del presente, e per un diritto a “misura d’uomo”.

Fonti:

V. Caputi Jambrenghi, “La scomparsa di De Robertis, il principe del diritto romano”, La Repubblica, 9 marzo 2003

E. Quadrato, “Francesco Maria De Robertis: appunti di un incontro di studio”, in Rivista di Diritto Romano, IV, 2004

Una sintesi (rielaborata) di un capitolo del volume di Francesco M. De Robertis “Le retribuzioni salariali e le possibilità di vita consentite da esse”, tratto dal volume “La organizzazione e la tecnica produttiva, le forze di lavoro e i salari nel mondo romano”, Napoli-Bari 1946

Non è semplice ricostruire e confrontare con i tempi attuali le retribuzioni salariali e il loro valore in termini di capacità d’acquisto, durante l’età romana, tuttavia alcuni studi statistici sono stati compiuti e siamo in grado di sapere che l’oro aveva certamente una capacità d’acquisto circa tre volte superiore rispetto a quella che ha avuto, per esempio, ai primi del Novecento. E’ vero, però, che quello di Roma non era un prezzo che si basava sull’oro ma su altre variabili come la distanza dei luoghi di produzione rispetto ai centri di consumo. In ogni caso i prezzi erano molto meno stabili rispetto ai nostri giorni perché incidevano su di essi anche le situazioni generali, per esempio di guerre o carestie. In generale si può affermare che “il danaro guadagnato dal lavoratore possedeva una capacità di acquisto due o tre volte maggiore rispetto a quella p. es. di un egual peso di oro nel 1910, in quanto per la sua spendita si considerino pochi articoli di prima necessità, come grano, fave, verdure, legumi, scarpe e lana, che non importavano trasporti a grandi distanze o impiego di molto lavoro” (De Robertis 1946, p. 182-3).

Operai al lavoro

Sul costo del lavoro in se stesso si sa molto poco, tuttavia dai pochi dati che ci vengono dalle fonti, sappiamo che la merce più a buon mercato era, per esempio, la ceramica ordinaria, in quanto comportava poco lavoro: nel I sec. d. C. si poteva acquistare una lampada solo per un asse oppure un calice per mezzo asse o tutt’al più per pochi assi (Iuven. XI, 145). Se invece i manufatti richiedevano molto lavoro, come il vasellame ornato, allora si potevano raggiungere costi molto più elevati: nel I sec. a. C. il vasellame di lusso aveva un valore di 15/18 volte il metallo, che pure era anch’esso un materiale costoso. Anche alcune stoffe raggiungevano prezzi altissimi per via dei lunghi tempi di lavorazione. Il costo della merce, quindi, dipendeva molto anche dalle ore di lavoro necessarie per realizzarla ma anche dalla sua qualità, quindi il fatto che richiedesse un lavoro specializzato, incideva sui costi. Era, dunque, molto meglio retribuito il lavoro specializzato rispetto a quello ordinario: “il valore degli schiavi comuni saliva infatti al doppio dopo che avessero appresa un’arte o un mestiere” (De Robertis 1946, p. 185). Alla fine del II sec. d. C. uno schiavo acquistato per 10 aurei, una volta istruito in arti specializzate, poteva essere rivenduto per 20 denari (Dig. 18, 1, 26, 8).

Per quanto riguarda la retribuzione dei lavoratori, durante gli ultimi anni della repubblica il lavoro servile ordinario in Italia si poteva locare per 12/15 assi al giorno. Questo fa supporre che gli uomini liberi potessero avere dallo stesso tipo di lavoro una retribuzione di almeno un terzo maggiore.

Il rapporto tra lavoro schiavile e lavoro degli uomini liberi è stato così elaborato: “Lo schiavo infatti rappresentava un capitale: ciò comportava che il salario corrisposto allo schiavo locato a giornata, oltre a compensare le spese per il minimo indispensabile alla sua vita, doveva ancora comprendere una quota corrispondente alla capitalizzazione e assicurazione della somma spesa per l’acquisto di esso (calcolabile in un decimo all’anno di questa somma). Nè lo sfruttamento servile si poteva spingere oltre certi limiti, poiché quanto più esso fosse stato intenso, tanto più presto avrebbe messo fuori uso lo schiavo, importando in conseguenza un aumento proporzionale della quota annuale di ammortamento. Il salario quindi dell’uomo libero doveva necessariamente essere comprensivo dei seguenti elementi:

Scena di mercato
  1. quota corrispondente al minimo indispensabile per la vita di uno schiavo, in genere sufficiente anche per quella del lavoratore libero.
  2. quota corrispondente alla capitalizzazione della somma-valore calcolabile oer lo schiavo.
  3. quota corrispondente al riconosciuto maggiore rendimento del lavoro libero.

(De Robertis 1946, pp. 203 sgg.)

Per quantificare i salari in monete, un aiuto ci viene dalla documentazione che abbiamo per l’area del Mediterraneo orientale: nel III sec. a. C.: le mercedi ai lavoratori liberi o schiavi a Delo oscillavano sui 4-5 oboli al giorno, a Rodi sui 3 oboli (Polybius, V, 89).

Erano salari inferiori rispetto a quelli degli scribi, almeno nel I sec. a. C., per i quali in Spagna, per esempio, è documentato un salario di 1.200/1.300 sesterzi l’anno, cioè 14/15 assi al giorno. Per fare un raffronto con altri mestieri o incarichi di prestigio, si pensi che gli accensi percepivano 700 sesterzi l’anno; i littori, 600; i viatores, 400; i librarii, 300; gli aruspices, 500 e i praecones 300.

Facendo ancora un confronto, poiché, per esempio, le paghe più basse, quelle dei praecones (300 sesterzi l’anno), consentivano comunque il minimo indispensabile per la vita con circa tre assi e mezzo al giorno, possiamo concludere che i minatori spagnoli che di assi ne guadagnavano circa 9/10 al giorno, avessero largo margine anche per le spese voluttuarie. Oppure abbiamo informazioni da Catone circa il guadagno che un fabbro specializzato in riparazioni di frantoi poteva percepire per un lavoro di poche ore: ben 8 sesterzi!

Schiavi impiegati nell’agricoltura.

Anche a quei tempi il lavoro intellettuale non consentiva lauti guadagni: Plauto, per esempio, che era poeta drammatico e attore, era costretto a prestare servizio in una panetteria per poter sopravvviere (Gellius, III, 3, 14) e Marziale “considera più lucroso il mestiere del calzolaio che l’arte della poesia (Mart. IX, 74) e segnala come soli lucrosi ai suoi tempi l’arte del citaredo, quella dell’architetto e quella del preco” ( De Robertis 1946, p. 188-9). Anche per l’età imperiale sappiamo che i maestri di scuola, per esempio, venivano retribuiti nella misura di 8 assi al mese per ogni alunno, con una media di circa 80-120 assi al mese complessivi, considerando una classe di 10-15 alunni. In confronto alla paga di 360-500 assi di un bracciante, sono molto pochi ed è per questo che i maestri erano chiamati “poveri in canna, e descritti sempre alla ricerca di nuovi discepoli (Ovid. Fast. III, 829). Chiaramente tali salari non consentivano loro di provvedere alle necessità quotidiane, per cui erano costretti ad integrarli con i proventi da altre attività, come quella di scrivani (Horatius, Sat. I, 6, 75; Ovid., Fast. III, 829; C.I.L. X, 3969).