Le ceramiche medievali e rinascimentali del Museo di Farnese

Il materiale rinvenuto nei butti di Farnese copre un arco cronologico che va dalla prima metà del XIV alla prima metà del XVII secolo. Per quanto riguarda il periodo medievale, è scarso il materiale che va dalla prima metà alla fine del XIV secolo, che probabilmente deve considerarsi a carattere residuale. Considerevole invece risulta la presenza di maiolica arcaica databile tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo, rinvenuta per la maggior parte nel Pozzo Peppetti. Questa è costituita quasi esclusivamente da forme aperte, soprattutto ciotole e catini, di produzione orvietana e alto-laziale, quest’ultima facente capo principalmente ai centri di Tuscania e Viterbo, e che risente comunque delle influenze della tarda maiolica arcaica orvietana.

Piatto di ceramica ingubbiata e dipinta sotto vetrina con
decorazione allegorica che mostra un guanto di amianto
che afferra una fiamma posta sopra una catasta di legno.
Al di sopra un cartiglio con il motto P(er) CELARE.

In questo periodo, la maiolica arcaica è associata alla ceramica ingubbiata e graffita, realizzata anch’essa da botteghe altolaziali, da localizzare ad Acquapendente e forse a Viterbo, ed in misura minore da fabbriche di Orvieto, che comunque devono aver avuto anche per questa classe ceramica notevole influenza sulle produzioni laziali.

Anche la ceramica graffita, la cui maggior concentrazione si registra nella prima metà del XIV secolo, è stata rinvenuta quasi esclusivamente nel Pozzo Peppetti.

La ceramica acroma è rappresentata, per questo periodo, soltanto da catini decorati a stampo, di tipo “figlinese”.

Tra la seconda metà del XV e gli inizi del XVI secolo, compaiono produzioni diverse, di gusto rinascimentale, costituite da ceramiche rivestite da smalto o da ingobbio sotto vetrina, con decori e colori più vari rispetto ai repertori della maiolica arcaica; anche nelle forme si può notare una differenziazione. Mentre infatti tra la seconda metà e la fine del XV secolo continuano ad essere presenti alcuni tipi di ciotole che riprendono le forme della maiolica arcaica o della graffita, agli inizi del XVI secolo si amplia il repertorio delle forme aperte, costituite soprattutto da piatti e scodelle, con larga o breve tesa confluente, cavetto profondo, con fondo a disco concavo o ad anello.

Per quanto concerne il XVI secolo, la maggiore concentrazione di ceramica si registra tra la metà e la fine del secolo. Le classi rappresentate in questo periodo sono la maiolica, l’ingubbiata e dipinta, l’invetriata e l’acroma. Queste ultime due sono costituite da vasellame da mensa e da cucina, di uso quotidiano, prodotto molto probabilmente nelle fabbriche altolaziali. E’ interessante notare invece la forte presenza di ceramica ingubbiata e dipinta e di maiolica, in coincidenza con il periodo di maggior splendore della famiglia Farnese e del vicino ducato di Castro, istituito da Papa Paolo III Farnese nel 1537 (è infatti da notare che Farnese, con il vicino centro di Latera, costituiva un ducato a sé stante).

La maiolica importata, proveniente soprattutto da Deruta, Orvieto e, in misura minore, da Montelupo, si concentra tra gli inizi e la prima metà del XVI secolo (Giuseppe Romagnoli e Romualdo Luzi riportano la notizia di una tassa istituita a Castro nel 1549 per ciasche soma di vassella, riferita evidentemente alle ceramiche importate da altri centri fuori dal Ducato; ciò fa pensare che in questo periodo il livello d’importazione di vasellame avesse raggiunto un notevole grado d’intensità).

Nel periodo che va dalla seconda metà alla fine del XVI secolo, i prodotti di importazione, di cui si hanno scarsi esempi provenienti dalla Liguria e da fabbriche romane, sembrano diminuire, fino a scomparire del tutto tra la fine del secolo e gli inizi del XVII secolo, mentre prevalgono le ceramiche smaltate in stile compendiario prodotte nei centri altolaziali di Acquapendente e di Bagnoregio.

La ceramica ingubbiata e dipinta sembra essere documentata in modo significativo per tutto l’arco del XVI secolo.

Si possono forse distinguere diverse fasi all’interno di questa produzione. La prima, da collocarsi cronologicamente tra il primo quarto e la prima metà del XVI secolo, è rappresentata da materiali prodotti esclusivamente nelle botteghe di Acquapendente, che riprendono forme e decorazioni delle maioliche prodotte soprattutto a Montelupo, Faenza e Deruta.

La seconda fase, compresa tra la seconda metà e la fine del XVI secolo, vede la presenza di ceramiche realizzate sempre nella tecnica dell’ingobbio sotto vetrina, prodotte dai vasai aquesiani, i quali, oltre che operare ad Acquapendente, dalla loro sede si spostano nei centri dell’area castrense. La ceramica castrense sembra subire un netto tracollo già agli inizi del XVII secolo, quando non risultano più ceramisti nella capitale del Ducato.

La terza fase della produzione, che sembra conoscere una breve continuità nel vicino centro di Canino, dove tra il 1614 e il 1625 è testimoniata la presenza di alcuni figuli, vasai e fornaciari, costituisce il momento di decadenza. In questo periodo vengono imitati soprattutto i piatti arlecchineschi montelupini. Alla prima metà del XVII secolo appartengono inoltre i prodotti del ceramografo definito da Mazza “Maestro della donna del cappello piumato”, attivo ad Acquapendente, le cui ceramiche si trovano anche a Farnese e Gradoli. Questa produzione, pur presentando un’iconografia sempre più semplificata e ripetitiva, perdura in misura notevolmente minore fino alla seconda metà del XVII secolo, come testimonia un frammento datato 1663, rinvenuto a Valentano, sopravvivendo per breve periodo alla fine del ducato di Castro del 1649.

Alla luce di quanto esposto, analogamente ad altri centri sottoposti al dominio della famiglia Farnese, quali Castro e Valentano, l’evidenza archeologica sembra confermare il quadro che emerge dai dati d’archivio, che indicano nella seconda metà del XVI secolo il momento di maggior splendore della città di Farnese, soprattutto sotto la guida di Mario Farnese.

In questo periodo, infatti, viene emanato il primo Statuto della città ad opera di Mario (15 dicembre 1583), e si intraprendono anche alcune opere in campo civile, religioso e artistico.

La pressoché totale mancanza nei “butti” di materiali databili dopo la prima metà del XVII secolo, coincide con un periodo di recessione per l’economia di Farnese. Dal 1649, con la distruzione della città di Castro, anche il vicino ducato di Latera e Farnese conosce un lungo periodo di decadenza. E’ da ritenere, inoltre, che tra gli inizi e la prima metà del XVII secolo l’uso di gettare i rifiuti nei “pozzi da butto” debba essere sempre più venuto meno, in seguito all’entrata in vigore di nuovi e migliori modelli igienici, testimoniati nei documenti d’archivio da decreti che regolavano lo smaltimento dei rifiuti nella discarica comune in località Soropichi, ancora in uso fino ad una ventina di anni fa.

Tratto dal volume “Ceramiche medievali e rinascimentali del Museo di Farnese. Testimonianze dai butti del centro storico“, di Luciano Frazzoni, Quaderni del Sistema Museale del Lago di Bolsena, 8, Bolsena 2007, p. 115 e sgg.